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paesaggi mobili
Giovanni De Roia |
Paesaggi della modificazione. |
Per collegare i diversi particolari cercavo un fatto o un'immagine e non una tesi. Infine mi sono posto questa domanda: devo limitarmi a raccogliere qua e là alcuni elementi come si fa con i sassi di un torrente, lasciando che formino da soli un proprio disegno? […] La mia speranza era quella di ottenere almeno una carta topografica di parole che si srotolasse centimetro per centimetro rivelando un percorso di diverse miglia. William East Heat Moon |
Alla fine del ventesimo secolo il paesaggio italiano appare profondamente cambiato. Non è più lo spazio omogeneo e decifrabile che i modelli descrittivi delle epoche precedenti avevano saputo catturare. La rappresentazione zenitale della mappa per lungo tempo è stata assunta dalla disciplina urbanistica come paradigma unico. Attraverso un processo di semplificazione e selezione della realtà, ha svolto un ruolo fondamentale nelle scienze della descrizione territoriale, ha indicato una direzione di pensiero allo sguardo assumendo spesso i connotati di un grande “progetto implicito”. Un sistema così rigidamente codificato sembrava tuttavia cogliere solo alcuni aspetti della complessità segnica del paesaggio antropico contemporaneo; la dinamica delle sue trasformazioni sfuggiva ad una sintesi sinottica, accentuava l'inafferrabilità di un oggetto talmente “mobile” da essere capace di dissolvere alcune categorie storicamente consolidate quali, per esempio, la città, la periferia e la campagna. A partire dagli anni ottanta è in corso una revisione degli strumenti attraverso i quali concettualizzare la lettura del territorio. Paesaggi mobili rappresenta un contributo alla faticosa ricostruzione di un rapporto dialettico tra la descrizione attraverso forme induttive e la formulazione di scenari possibili per il futuro. |
Paesaggi mobili. |
Pordenone contiene alcuni caratteri tipici dell'urbanizzazione del cosiddetto Nordest, che è il frutto non solo di dati morfologico-territoriali ma anche di un certo modus vivendi consolidatosi nel corso del ventesimo secolo come risultato di un processo di sviluppo economico. Lo spazio pubblico urbano ed il suo uso spesso si sono trasformati negli ultimi cinquant'anni per mettersi a servizio di alcune linee di sviluppo che potremmo definire “traffico-centriche”, per le quali l'efficienza delle infrastrutture della viabilità ha rappresentato un bisogno imprescindibile. La mobilità urbana è uno dei temi sui quali la ricerca urbanistica ha da sempre cercato risposte relative al rapporto stretto tra spazio fisico e società. La mobilità può essere pertanto intesa come lo studio delle strategie che consentono lo spostamento fisico delle persone e delle merci; questa è l'accezione assunta dal gergo tecnico-urbanistico con l'obiettivo di mettere a disposizione infrastrutture, a costi e in tempi accettabili in termini di realizzazione e di esercizio. Questo settore disciplinare si occupa delle reti viarie costituite dalle strade alle diverse “scale” e degli oggetti ad esse connessi (svincoli, parcheggi, rotonde, marciapiedi, accessi privati, canali, fossi, filari di alberi, strade bianche) che stabiliscono relazioni di dipendenza morfologica e funzionale con il territorio. Le loro proprietà spaziali e le loro prestazioni possono essere valutate in funzione della variabile “chi usa questi spazi”; in questo caso il soggetto mobile è l'uomo con le sue merci. Ma nella città contemporanea esiste anche una mobilità di tipo funzionale, che riguarda la mutabilità degli usi pubblici e privati. I luoghi urbani si trasformano, si ampliano, si moltiplicano, scompaiono e con essi le loro funzioni, il loro rapporto con chi li usa. In altre parole, si tratta di una mobilità che riguarda il “come i luoghi vengono utilizzati”; in questo caso è lo spazio che concettualmente si muove. Per queste ragioni è possibile declinare il tema della mobilità urbana in “mobilità fisica” e “mobilità funzionale”. Paesaggi mobili assume quattro possibili azioni relative al movimento che si riferiscono ad uno spazio e ad una società che si determinano modificando costantemente la loro forma. Quattro verbi che rappresentano istanze con le quali chi si occupa di pianificare il futuro di una città spesso si misura, che cercano di essere tradotte in termini di progetto per il futuro. |
Il parco del Noncello. |
stare. Fermarsi interrompendo il movimento. |
L'uso dello spazio aperto urbano dedicato al tempo libero esprime alcuni caratteri di una comunità. Esso si differenzia a seconda delle stagioni, dei momenti della giornata, delle comunità che lo frequentano ma soprattutto da come e quanto questo spazio è capace di stabilire relazioni con il tessuto fisico e sociale della città. Il parco fluviale è un organismo che si è stabilizzato nel tempo, un territorio vago che, anche grazie al rischio rappresentato dalle esondazioni è stato preservato da altre forme di urbanizzazione. Un luogo considerato “inabitabile”, dopo la recente realizzazione delle opere di riassetto idro-geologico, diviene il parco strategicamente più importante per la città. Dal punto di vista della mobilità funzionale questo sarebbe uno slittamento di senso: da area marginale a luogo vitale. |
Le chiese evangeliche. |
accogliere. Ricevere e, per estensione, ospitare. |
Ad una società nomade è corrisposta negli ultimi decenni anche una flessibilità funzionale dei luoghi-oggetti che essa occupa ed utilizza. Le stesse forme edilizie accolgono con indifferenza funzioni, persone, merci che in esse transitano contestualmente. Si dissolve così il concetto di permanenza, di corrispondenza tra forma e funzione e di riconoscibilità. Un processo top down attribuisce una destinazione funzionale ad un luogo e ad un progetto, un processo bottom up sovverte le regole costituite attribuendo a questi luoghi significati e funzioni prima inimmaginabili: nel caso specifico, spazi della produzione diventano luoghi di preghiera. Territori periferici, per effetto di un fenomeno di mobilità funzionale, diventano “centro” per alcune comunità. |
L'ospedale Santa Maria degli Angeli. |
spostare. Togliere qualcosa dal posto, dalla posizione, dalla condizione in cui si trovava. |
Ci sono funzioni che per il ruolo sociale che hanno assunto, diventano luoghi urbani; ci sono altresì oggetti che per la loro forza simbolica (che deriva anche dalla forma) diventano fatti urbani. La città li ha assimilati come elementi generatori di un sistema. Sono infrastrutture che ospitano servizi e spesso coincidono con luoghi delle istituzioni: ospedali, carceri, caserme, edifici religiosi, grandi complessi industriali del passato e del presente. La ricollocazione o la scomparsa delle loro funzioni originarie producono una città diversa, alla ricerca di nuove strategie di relazione. Per alcune generazioni, il principale strumento operativo dell'Urbanistica è stato lo zoning. Spesso le infrastrutture per i servizi sociali quali ospedali, caserme e carceri venivano programmaticamente poste ai margini per poi ritrovarsi inglobate nel tessuto della città a seguito dello sviluppo radiale. Il ruolo urbano di queste aree è progressivamente maturato attraverso le relazioni che le stesse stabiliscono con l'intorno. Il processo di mobilità funzionale rimette in discussione questi rapporti e richiede un loro ripensamento a partire non solo da nuovi programmi d'uso ma soprattutto dalle potenzialità intrinseche del luogo, compresi gli “oggetti fossili” che contiene. |
La gronda nord. |
aggiungere. Mettere qualcosa in più. |
Alla città è richiesto di essere al servizio dei bisogni espressi dalla società, attraverso l'estensione, l'incremento o la differenziazione dei sistemi e delle reti esistenti. Riguarda la ridefinizione del sistema infrastrutturale viabilistico, l'offerta di case, di servizi e di tutte quelle funzioni che sono soggette ad una domanda sempre crescente. La strada costituisce il materiale fondamentale di cui si compone la trama minuta di un modello insediativo, consolidatosi nell'area veneto-friulana, concettualmente assimilabile ad una spugna. Si tratta di un oggetto complesso che non può essere ricondotto semplicemente al suo sedime perché stabilisce un rapporto di scambio continuo con un paesaggio disomogeneo costituito da case su lotto, aree industriali, piccoli centri e campagna coltivata. Il luogo della mobilità fisica estende il significato del paradigma concettuale. |
Uno sguardo sui luoghi della modificazione. |
Le trasformazioni in atto sul territorio, non solo di Pordenone, rappresentano per gli urbanisti, i sociologi, gli antropologi e i politici l'essenza stessa della città di oggi, alla quale è necessario rivolgere uno sguardo che scruta "non tanto la modificazione del paesaggio, quanto un nuovo paesaggio della modificazione", che rappresenta un punto di partenza per rileggere i modelli esistenti e definire nuovi paradigmi interpretativi. In contrapposizione al “dominante paradigma zenitale”, il paradigma indiziario (per il quale il frammento è significante di questioni generali) è implicitamente capace di suggerire risposte sulle condizioni del presente e sulle vocazioni future di un ambito di ricerca, o addirittura, per deduzione analogica, può stimolare riflessioni che riguardano altri contesti morfologicamente simili. Il dettaglio è il materiale elementare attraverso il quale ricostruire la complessità del reale. Entro questo processo, lo sguardo del fotografo, nell'arco degli ultimi trent'anni, si è spesso sovrapposto a quello del progettista grazie all'istituzione di progetti di ricerca che hanno consolidato la prassi della fotografia su commissione. La Fotografia, per il suo specifico tecnico e per il significato semiotico che ha assunto insieme ai suoi “derivati” nella società postmoderna, si può considerare lo strumento conoscitivo del flâneur contemporaneo, colui che osserva i luoghi alla ricerca di segni presenti qui e adesso, ma che esprimono, attraverso il paradosso, un oggetto che si rimodella incessantemente nel tempo. Con queste premesse, Paesaggi mobili intende assumere il tema della trasformazione come sfondo di un lavoro di ricerca. Attraverso quattro “urgenze urbane” che corrispondo ad altrettante “azioni”, le parole di Gian Mario Villalta e le fotografie di Michele Buda, Tancredi Mangano, Andrea Pertoldeo e Sabrina Ragucci vogliono rappresentare dei “modelli” di modificazione, in virtù della loro potenziale capacità di attivare e mutare processi che riguardano gli spazi, chi li vive e come questi li abita. |